La libera corsa di Cavalgiocare
Novembre 23, 2009 3:44 pm Formazione/stage/corsi/, Ippoterapia, attività equestre
Ippogrifo segue la metodologia Cavalgiocare®:…qualche parola in più sull’argomento..secondo il punto di vista di
“Un altro insegnamento per un’altra equitazione”.
Finché poi si gettavan via gli speroni perché non esistevano speroni e si gettavan via le redini perché non esistevano redini e si intravvedeva appena la terra che fuggiva via davanti a noi come una prateria rasata di fresco, senza più il collo né la testa del cavallo. (Franz Kafka, Desiderio di diventare un pellerossa)
Educare con i cavalli? Non “per mezzo” dei cavalli, usandoli come strumenti con la stessa dignità di una fotocopiatrice o di un powerpoint: no, proprio con i cavalli, nel senso di “insieme ai cavalli”, e in senso più ampio insieme agli animali. Questa mi sembra la proposta forte e vincente di “Cavalgiocare”: l’animale come partner, come compagno di gioco e di educazione, come amico che ci segue e ci sta vicino chiedendoci risposte calibrate sulla sua diversità ed educandoci a un decentramento salutare dalla nostra boriosa sicurezza di essere i dominatori del mondo. Avendo visto di persona il metodo Cavalgiocare® in azione, mi sembra di poter dire che i suoi punti forti possano essere identificati come segue:
a) l’alternanza tra teoria e pratica: non si cade nell’ideologia della natura-facile, dell’animale cui si accede nudi e senza preconcetti perché “tanto si sa naturalmente cosa fare e come farlo”. Possiamo addirittura dire che qui la natura è più un risultato che una premessa: nel senso che l’uomo inurbato del XXI secolo ha bisogno di imparare, o se vogliamo di re-imparare, contatti e linguaggi con il mondo naturale. E siccome la razionalità e la riflessione sono lo specifico della specie umana, sono la nostra “natura” o il nostro modo di “essere natura”, in questa proposta il pensiero non è spento ma sempre attivo per riflettere e mettere in prospettiva le esperienze compiute. La natura deve diventare allora “seconda natura” per l’uomo e la donna del III millennio e lo può fare grazie a un potenziamento e una elasticizzazione della razionalità, non certo grazie a una sua eclisse.
b) la necessità di ridefinire le sequenze temporali: il rallentamento e la ridefinizione dei propri ritmi e delle proprie temporalità ci è sembrata la caratteristica fondamentale dell’approccio fisico al cavallo. La consapevolezza del proprio ruolo di predatore porta alla necessità di trattenere i propri gesti, di abitare un’altra dimensione temporale. Il corpo impara nuovi modi di approcciarsi, di sbieco e obliqui rispetto all’incedere maestoso dei trionfi o all’assalto alla baionetta che ci vengono ancora e sempre proposti come tipici dell’uomo forte. La forza è qui semmai forza di non fare, di attendere, di leggere nell’altro il permesso a un approccio, l’invito, l’abbassamento della guardia. La carezza è forse all’origine uno schiaffo trattenuto, e ovviamente questo lo si impara quando si è a contatto con il più debole che si offre solamente a un approccio rallentato e laterale
c) la critica a ogni ideologismo pseudo-animalista: definire l’uomo come predatore e fare di questa consapevolezza la base per un’azione pedagogica fa piazza pulita di ogni tentazione riduzionistica, che ha lo sgradevole effetto di umanizzare l’animale al punto da non vederlo più nella sua alterità. Uomo/donna e cavallo sono differenti (sono differenti anche gli approcci di genere? E’ possibile determinare un quadrilatero di relazioni uomo/cavallo, donna/cavalla, uomo/cavalla, donna/cavallo? Potrebbe essere una interessante pista di ricerca futura.). Proprio a partire da questa differenza è possibile educare i ragazzi e i bambini; differenza che è anche potere, redistribuzione del potere: chi ha il potere nella relazione con il cavallo? E quali poteri sono in gioco, da una parte e dall’altra?
d) la critica a ogni tentativo di piegare l’animale a logiche economiciste: un quantum di umanizzazione è essenziale all’addomesticamento, ma umanizzare significa mettersi come uomini e donne dalla parte dell’animale, e addomesticare significa creare una “domus” come spazio umano di tutela e di cura. In questo ci sembra che la proposta di “Cavalgiocare” scavalchi la pet-therapy, proprio perché inventa uno spazio nuovo, liberato dalla cifra del dominio così come il cavallo e il pellerossa kafkiani si trovano liberati l’uno e l’altro e l’uno dall’altro, nella loro libera e sfrenata corsa senza fine.