La libera corsa di Cavalgiocare

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Ippogrifo segue la metodologia Cavalgiocare®:…qualche parola in più sull’argomento..secondo il punto di vista di

Raffaele Mantegazza, Cattedra di Pedagogia interculturale e della cooperazione - Università di Milano Bicocca, tratto da un suo intervento a Malpensa Cavalli 2005 nel convegno

“Un altro insegnamento per un’altra equitazione”.

Finché poi si gettavan via gli speroni perché non esistevano speroni e si gettavan via le redini perché non esistevano redini e si intravvedeva appena la terra che fuggiva via davanti a noi  come una prateria rasata di fresco, senza più il collo né la testa del cavallo. (Franz Kafka, Desiderio di diventare un pellerossa)

Educare con i cavalli? Non “per mezzo” dei cavalli, usandoli come strumenti con la stessa dignità di una fotocopiatrice o di un powerpoint: no, proprio con i cavalli, nel senso di “insieme ai cavalli”, e in senso più ampio insieme agli animali. Questa mi sembra la proposta forte e vincente di “Cavalgiocare”: l’animale come partner, come compagno di gioco e di educazione, come amico che ci segue e ci sta vicino chiedendoci risposte calibrate sulla sua diversità ed educandoci a un decentramento salutare dalla nostra boriosa sicurezza di essere i dominatori del mondo. Avendo visto di persona il metodo Cavalgiocare® in azione, mi sembra di poter dire che i suoi punti forti possano essere identificati come segue:

a) l’alternanza tra teoria e pratica: non si cade nell’ideologia della natura-facile, dell’animale cui si accede nudi e senza preconcetti perché “tanto si sa naturalmente cosa fare e come farlo”. Possiamo addirittura dire che qui la natura è più un risultato che una premessa: nel senso che l’uomo inurbato del XXI secolo ha bisogno di imparare, o se vogliamo di re-imparare, contatti e linguaggi con il mondo naturale. E siccome la razionalità e la riflessione sono lo specifico della specie umana, sono la nostra “natura” o il nostro modo di “essere natura”, in questa proposta il pensiero non è spento ma sempre attivo per riflettere e mettere in prospettiva le esperienze compiute. La natura deve diventare allora “seconda natura” per l’uomo e la donna del III millennio e lo può fare grazie a un potenziamento e una elasticizzazione della razionalità, non certo grazie a una sua eclisse.

b)  la necessità di ridefinire le sequenze temporali: il rallentamento e la ridefinizione dei propri ritmi e delle proprie temporalità ci è sembrata la caratteristica fondamentale dell’approccio fisico al cavallo. La consapevolezza del proprio ruolo di predatore porta alla necessità di trattenere i propri gesti, di abitare un’altra dimensione temporale. Il corpo impara nuovi modi di approcciarsi, di sbieco e obliqui rispetto all’incedere maestoso dei trionfi o all’assalto alla baionetta che ci vengono ancora e sempre proposti come tipici dell’uomo forte. La forza è qui semmai forza di non fare, di attendere, di leggere nell’altro il permesso a un approccio, l’invito, l’abbassamento della guardia. La carezza è forse all’origine uno schiaffo trattenuto, e ovviamente questo lo si impara quando si è a contatto con il più debole che si offre solamente a un approccio rallentato e laterale

c)  la critica a ogni ideologismo pseudo-animalista: definire l’uomo come predatore e fare di questa consapevolezza la base per un’azione pedagogica fa piazza pulita di ogni tentazione riduzionistica, che ha lo sgradevole effetto di umanizzare l’animale al punto da non vederlo più nella sua alterità. Uomo/donna e cavallo sono differenti (sono differenti anche gli approcci di genere? E’ possibile determinare un quadrilatero di relazioni uomo/cavallo,  donna/cavalla, uomo/cavalla, donna/cavallo? Potrebbe essere una interessante pista di ricerca futura.). Proprio a partire da  questa differenza è possibile educare i ragazzi e i bambini; differenza che è anche potere, redistribuzione del potere: chi  ha il potere nella relazione con il cavallo? E quali poteri sono in gioco, da una parte e dall’altra?

d)  la critica a ogni tentativo di piegare l’animale a logiche economiciste:  un quantum di umanizzazione è essenziale all’addomesticamento, ma umanizzare significa mettersi come uomini e donne dalla parte dell’animale, e addomesticare significa creare una “domus” come spazio umano di tutela e di cura. In questo ci sembra che la proposta di “Cavalgiocare” scavalchi la pet-therapy, proprio perché inventa uno spazio nuovo, liberato dalla cifra del dominio così come il cavallo e il pellerossa kafkiani si trovano liberati l’uno e l’altro e l’uno dall’altro, nella loro libera e sfrenata corsa senza fine.

Metodo M.E.I.

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Ippogrifo propone corsi di equitazione secondo il Metodo di Equimozione e Isodinamica(M.E.I.), di cosa si tratta?

Una chiaccherata con GIANCARLO MAZZOLENI  

Spiegare in poche righe in cosa consiste il M.E.I. non è facile: potremmo sintetizzare che è un metodo per imparare e per insegnare ad equitare in modo sicuro con una particolare attenzione alla salute psichica e fisica del cavallo.

Su quali elementi tecnici è basato ?  sullo studio dell’anatomia e soprattutto della  cinetica del cavallo e delle modificazioni  che la postura e la dinamica del cavaliere può determinare su di esse.

Ma cosa serve questa “analisi anatomica e cinetica”  del cavallo?  Serve moltissimo. Senza queste conoscenze è difficile che un cavaliere possa capire come stare correttamente sul dorso del cavallo e di conseguenza possa stabilire una corretta armonia col proprio cavallo. Ciò genera incomprensioni  tra i due che alla lunga producono nel cavallo riduzione del potenziale fisico, resistenze, irritabilità sino a danni motori più o meno gravi.

Perché ? il cavaliere sempre esercita delle forze che agiscono sulla schiena, sulla muscolatura e sulle articolazioni della propria cavalcatura, se le azioni che esercita sono incoerenti con l’anatomia del cavallo e con la sua fisiologica capacità di movimento, il risultato è paragonabile all’effetto di una terapia effettuata da un chiropratico del tutto ignorante ed incapace. L’energia che il cavaliere a volte applica in certi movimenti produce veri e propri traumi che non sempre si rilevano nell’immediato, ma i conti vengono presentati in tempi successivi e spesso sono molto salati per il cavallo.

E’ quindi un nuovo modo di cavalcare?  Non credo che si possa considerare un nuovo metodo perché ha le radici nei più importanti filoni dell’equitazione classica, ma certamente è un nuovo modo di concepire il rapporto col cavallo, un modo etico che vede nel cavallo un amico e non una macchina da sfruttare e poi gettare. D’altra parte vi sono molti modi di affrontare l’equitazione,ma qualcuno tenta di trasformare ogni cosa necessariamente ed esclusivamente in agonismo. L’agonismo è un derivato particolare di  interpretare il rapporto col cavallo.  Insegnare l’agonismo equestre è molto differente ed anzi quasi antitetico  dall’ insegnare ad equitare. Noi intendiamo il rapporto col cavallo come quello con un amico con cui passare momenti piacevoli, senza rischiare cadute o fratture ed ottenendo  grandi soddisfazioni da dettagli che agli agonisti potrebbero sembrare  inutili. 

Idealmente dove si colloca il M.E.I. ? direi nel filone più classico dell’equitazione che fa riferimento a Robichon de La Guérinière passando per Dupaty de Clam  per Mazzuchelli, Steinbrecht, Caprilli  e  Nuno Oliveira

Ma questi vecchi Maestri hanno qualcosa in comune? E’ necessario leggere attentamente i loro libri e le relazioni diventano evidenti: l’uso della spalla in dentro di Robichon come risorsa terapeutica; lo studio analitico delle interazioni tra i corpi sovrapposti affrontato particolarmente da Dupaty de Clam;   il rispetto assoluto del cavallo di Mazzuchelli; l’intuizione modernissima di Steinbrecht per cui il cavallo per mantenersi fisicamente in grado di portare senza danni  il cavaliere deve essere ginnasticato tutto insieme e nell’impulso; l’intuizione  di Caprilli di assecondare  il movimento riproponendo nell’atteggiamento del cavaliere il gesto del cavallo e l’ultima, ma non ultima, l’affermazione di Nuno Oliveira  che “ l’equitazione è tutta nel bacino”. Questi principi elementari sottolineati in modo diversificato da tutti  hanno come fine comune la ricerca del metodo migliore di montare con un’attenzione particolare al benessere del cavallo anzi cercando di migliorarlo.

Tutto ciò  quindi non ha nulla a che fare con competizioni o concorsi? Si e no, risposta ambigua che cerco di chiarire: noi insegniamo ai cavalieri  ad avere un rapporto corretto col cavallo che tiene conto della sua psiche e del suo fisico, della correttezza con cui debbono rapportare la dinamica dei loro corpi con i movimenti del cavallo. Per la maggioranza di chi ha frequentato sin ora i corsi, la prosecuzione sulla strada intrapresa diventa totalizzante ed esclusiva, ma posso pensare che qualcuno continui a desiderare di cimentarsi con altri. Se avrà fatto dei passi in avanti nel metodo certamente avrà un gap importante che gli darà una marcia in più nella competizione.

Quindi le letture servono? Come afferma Nuno Oliveira “è necessario montare molto senza  però lasciare che i libri prendano la polvere”.  Nessuno quindi sostiene che le letture possano supplire la pratica, ma è altrettanto insostenibile che un professionista o un cavaliere che ha intenzione di affrontare quest’arte in modo continuativo possa non aver letto i maggiori testi di equitazione, è esattamente come se un medico professasse senza aver mai letto un libro di medicina, ma solo grazie al fatto di aver frequentato  la corsia di un ospedale.  

Ma che significa isodinamica e cosa c’entra con il lavoro dei Vecchi Maestri?   con l’isodinamica bruciamo le tappe, cioè insegniamo quelle basi che in altri tempi anni di sella e un numero notevole di cavalli permettevano di apprendere in modo del tutto spontaneo e per far ciò utilizziamo tutto il repertorio dell’equitazione classica.

Che differenza c’è con l’equitazione che si insegna in tutti i maneggi?  Nel fine  apparentemente nessuna, in entrambe i casi si cerca di insegnare, se non altro, a stare sopra un cavallo con dignità e capacità: la  differenza più importante sta nel fatto che col metodo più diffuso oggi nel nostro paese i cavalli sono costretti “a mettersi insieme” al proprio cavaliere che non ha nessuna cognizione né di come deve stare, né soprattutto di  come deve muoversi. Vedo costantemente cavalieri che dopo anni di equitazione non hanno ancora capito cosa stanno facendo, in che modo e con quale uso dell’equilibrio e della propria muscolatura. Pensano che il cavallo si guidi con le redini come con un manubrio o si fermi tirando in bocca come un freno. 

Noi invece insegniamo al cavaliere  “mettersi insieme al cavallo” correttamente, cioè impostiamo la posizione e l’attività muscolare  gradualmente e coscientemente in modo che il cavaliere impari a muoversi sul cavallo ed a muovere il cavallo senza danneggiarlo.

In che modo? Con il “mimo equestre” ovvero insegnando al cavaliere a terra a comprendere la propriocezione e di conseguenza ad usare il proprio corpo nel modo giusto.

Normalmente il cavaliere non apprende tutto ciò  in sella? Non si dice che si impara a cavalcar cavalcando?  Certamente molti lo apprendono in sella, ma come ebbe a sottolineare De Wattel, per raggiungere questo obbiettivo un cavaliere deve montare almeno quattro cavalli differenti ogni giorno per cinque anni. Quanti cavalieri pur appassionati possono permettersi oggi una simile situazione? Inoltre dobbiamo pensare che cavalieri iniziati all’equitazione coi metodi attuali di derivazione militare al momento di salire per la prima volta su un cavallo, mettono in atto i riflessi automatici di difesa che influiscono negativamente su molti di questi neofiti nel conseguire un giusto atteggiamento, una corretta posizione ed un adeguato assetto, gli errori che ne derivano possono essere superati con una attività equestre particolarmente importante, come diceva De Wattel, ma la maggior parte manterrà i difetti acquisiti all’inizio anche per tutta la propria carriera equestre. Perché dobbiamo condannare la maggioranza degli appassionati a restare dei modesti cavalleggeri.

Ed invece con il Mimo ?  posso dire che nel caso dell’equitazione di base un cavaliere montando con perseveranza in qualche mese può ottenere consistenti risultati.

Quindi è un metodo per i principianti? Non direi, certamente un principiante con questo sistema inizia bene e capisce non solo come fare, ma soprattutto perché fare ciò che deve. Buoni risultati si ottengono anche da cavalieri mal impostati o che per il poco tempo che possono dedicare all’equitazione  non riescono ad ottenere un assetto efficace e risultati soddisfacenti. I cavalieri che hanno poco tempo a disposizione e non possono montare quotidianamente col mimo possono mantenersi esercitati in modo facile e semplice. In campo agonistico il mimo consente di capire e correggere quei cavalieri che hanno cavalli con grandi potenzialità e che sembrano avere posizioni corrette ciononostante non riescono ad ottenere che risultati risibili.

Ma perché  il MEI mette in sicurezza il cavaliere? Quando un cavaliere non sa come muoversi in armonia col proprio cavallo ed usa eccessivamente aiuti di mano e di polpacci, spesso crea difficoltà al cavallo che non capisce ciò che deve fare, se poi viene punito per queste incomprensioni perde la serenità ; se alle incomprensioni si aggiungono posture del cavaliere dannose e dolorose per il cavallo allora  si ribella  e cerca di scaricare il proprio cavaliere o in ogni caso mostra con rifiuti e  resistenze  il proprio disagio, sino a diventare veramente pericoloso. Con il metodo di isodinamica si riesce a migliorare la comunicazione tra cavallo e cavaliere recuperando disponibilità e armonia. 

Su quali e quante esperienze avete ottenuto risultati?   In più di venti anni mi sono applicato ad analizzare la motricità e la psicologia di moltissimi cavalli di ogni condizione, cavalli zoppi, riottosi, aggressivi che i propri cavalieri mi hanno dato o che avevano destinato al macello e su cui ho sperimentato con risultati costanti e stabili quello che oggi è diventato un metodo. A questo studio hanno collaborato chiropratici, osteopati, fisiatri, esperti di psicomotricità. Poi l’incontro con Andrè Slavkov, che aveva intuito e messo a punto alcuni aspetti del mimo equestre, mi ha aperto la porta per dare completezza ai miei studi. Quando poi ho collaborato la Lega Attività Equestri della UISP ho avuto la possibilità di applicare il metodo con molti cavalieri che per lo più avevano scarse capacità e così ho potuto toccare con mano che i risultati che avevo ottenuto non erano solo il frutto della mia personale esperienza. Il metodo adottato da qualunque cavaliere, produce in breve tempo ottimi risultati migliorando moltissimo le capacità equestri dell’allievo  e permettendo a volte il  rapido recupero del cavallo.

Dice che ci vuole poco tempo, ma quanto ? Il metodo è impostato in modo da permettere una rapida comprensione. In pratica  prima di tutto si impara la terminologia e si analizza la cinetica del cavallo, in modo che tutti coloro che partecipano possano parlare la stessa “lingua” comprendendosiriciprocamente;  poi si studia e si applica  per tre giorni ogni singola andatura partendo dal passo che è la più difficile, ma anche, come afferma Nuno Oliveira  “la madre di tutte le altre andature”. Nei tre giorni dedicati alla singola andatura il cavaliere impara l’equimozione ed applica l’isodinamica  poi nel mese che segue deve ripetere il più possibile gli esercizi sino al corso successivo. In poco più di quattro mesi apprende ad equitare alle tre andature nel modo più armonicamente corretto. Se è già un cavaliere che ha esperienza migliora le proprie capacità in modo molto consistente e  apprende il perché di molte affermazioni dei più illustri maestri . Quando il cavaliere si sa gestire alle tre andature di base si inizia il lavoro su due piste che richiede più attenzione e molte più capacità propriocettive e quindi necessita di un’applicazione più prolungata. Dal momento in cui il cavaliere sa lavorare su due piste la base è preparata solidamente da questo momento in poi dipende dal cavaliere, dall’obbiettivo che si pone e dalla sua perseveranza a migliorare. In sintesi con questo metodo non solo si risparmiano molti anni di fatica, ma soprattutto si è certi di arrivare là dove con altri modi nessuno può garantire il conseguimento dell’obbiettivo: montare correttamente a cavallo.

Ma con questo metodo l’istruttore non perde il proprio ruolo e la propria funzione? Certamente il cavaliere diventa più autonomo perché sa cosa deve fare, il perché di ciò che fa e come dovrebbe farlo, ma il ruolo dell’istruttore diventa più importante e più professionale  ed anche lui trova finalmente una maggior soddisfazione dalla propria attività perché diventa il correttore  per la messa a punto che permette la progressione. Gli istruttori che hanno seguito il corso sono senza dubbio i più entusiasti non solo dei corsi, ma  soprattutto dei risultati che ottengono poi coi loro allievi.  

Quindi è un metodo di facile applicazione ? certamente è di facile applicazione, non è però intuitivo. Se analizzato superficialmente  il MEI  può apparire banale, ma non può essere improvvisato anche se dotati di grande fantasia, perché è il frutto di studi con un forte retroterra di  conoscenze di anatomia e neurofisiologia umana ed equina e di studio del movimento. soprattutto è il primo metodo cognitivista applicao all’equitazione in modo consapevole. Solo grazie a queste conoscenze si possono rintracciare i difetti motori ed individuare il primo elemento che stabilisce la correttezza o l’imprecisione di una catena cinetica sia nel cavallo sia nel cavaliere. In mancanza di queste conoscenze e di questi approfondimenti si rischia il fallimento.
L’improvvisazione  del mimo equestre è pericolosa perché, se le conoscenze non sono ben apprese e ben digerite, si rischia di mettere in gioco gruppi muscolari assolutamente impropri che entrando in risonanza col movimento del cavallo agiscono su di lui scorrettamente, e si possono produrre danni anche al cavaliere. Un esempio: posso garantire che qualsiasi cavaliere anche di modeste capacità può riuscire a far aggroppare qualsiasi cavallo in poco tempo  utilizzando il passo ondulatorio, con altrettanta certezza posso affermare che se invece il cavaliere utilizza il passo oscillatorio, magari forzandolo, può produrre una grave incapacità motoria dei posteriori del proprio cavallo che produrrà dapprima un caricamento degli anteriori e in breve tempo genererà forme varie di zoppia anche al cavallo con la miglior dinamica naturale. Ovvero se mal applicato il mimo può sviluppare gli stessi problemi che comunemente buona parte dei  cavalieri genera inconsapevolmente per i propri difetti posturali e di assetto.

Come avete intenzione di procedere?  I Risultati sono di grande soddisfazione a noi che formiamo e soprattutto per i partecipanti e quindi continueremo a fare i corsi iniziali, in più sedi in modo da permettere la partecipazione anche a chi è ai “margini dell’impero” e sperando presto di utilizzare chi fra i frequentatori vuole intraprendere la “carriera di formatore” . Ma come SIAEC ci siamo dati un altro compito: la formazione costante di questi “Educatori” per permettere loro di migliorare sul piano professionale e dell’istruzione. Così abbiamo aggiunto al gradino di base altri livelli che verranno conseguiti nella pratica e con corsi di aggiornamento. Il Metodo di equimozione ed Isodinamica è protetto da marchio registrato e tutti coloro che lo applicano sono d’accordo sul mantenimento del livello qualitativo e quindi c’è un regolamento che consente l’utilizzo del Marchio solo a chi  applica correttamente il metodo e si impegna anche a migliorarlo oltre che a migliorarsi.  E’ stato  impostato un elenco, aggiornato  annualmente, di tutti coloro che applicano il metodo  e dei centri dove operano.

Il Volteggio..cos’è?

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L’attività equestre proposta da Ippogrifo è il volteggio

Per molti una parola nuova!..

“Il volteggio è una disciplina assimilabile.. alla ginnastica sul cavallo che viene fatto girare in circolo alla longia dall’istruttore.
La pratica del volteggio a cavallo si fa risalire al tempo degli antichi romani. Secondo quanto afferma Vergetius, il volteggio veniva praticato nel Campo di Marte per istruire ed allenare i futuri cavalieri. Questa disciplina veniva successivamente ripresa, specialmente in Francia, nelle scuole di cavalleria per affinare l’assetto e l’equilibrio dei soldati a cavallo ottenendo poi la massima espressione nelle evoluzioni degli acrobati nei vari circhi equestri. Il cavallo galoppa in maniera regolare mentre uno o più atleti eseguono figure di vario genere salendo in groppa ridiscendendo con eleganza.

Gli esercizi (obbligatori e liberi) sono molteplici e gli atleti nell’esecuzione degli stessi ricercano costantemente l’equilibrio con l’animale che si muove sotto di loro e la sintonia con i compagni aiutati da una grande preparazione fisica che li assimila a dei perfetti acrobati.

Il volteggio.. rappresenta una perfetta iniziazione alla pratica dell’equitazione vera e propria. I cavalieri familiarizzano con il cavallo che deve possedere particolari qualità. Deve essere robusto per sopportare il peso di più persone, deve avere la groppa larga ma non insellata, né troppo lunga né troppo corta e soprattutto deve possedere un giusto impulso che gli permetta di galoppare per vari minuti senza essere continuamente sollecitato con la frusta. Inoltre deve essere ben allenato per mantenere un galoppo costante senza affaticarsi… Il suo carattere deve essere franco, equilibrato e particolarmente affabile.

Il volteggio è un disciplina che sviluppa lo spirito di squadra e consolida la fiducia fra compagni, aiuta a rendere il fisico elastico ed equilibrato ed anche se è uno sport ideale per i ragazzi, può essere praticato anche in età più matura. Fa parte delle discipline dei campionati del mondo di equitazione ed anche in Italia si sta sviluppando in maniera interessante specie dopo i Weg di Roma 98.”
(tratto da www.equinet.it)